lunedì 27 aprile 2009

Il Ritorno del Principe: Neofeudalesimo Italiano


Riporto un pezzo dell'intervista tra Saverio Lodato, giornalista scrittore, e Roberto Scarpinato, procuratore aggiunto della Procura antimafia di Palermo, che nel loro ultimo libro “Il Ritorno del Principe” (ChiareLettere) analizzano in maniera lucida e concreta il susseguirsi, mai arginato né allentato, di fatti, mentalità, metodologie mafiose all'interno delle istituzioni, della politica, delle classi dirigenti. Una analisi storica, storiografica, che tratteggia nelle sue linee essenziali i mutamenti storici ancorchè politici del nostro Paese, ormai irrimediabilmente viziato e deformato dalle cattive abitudini di comando e controllo, totalmente al servizio dei potenti. Una focalizzazione spietata sulla classe dirigente, isolata e autoreferenziale, disposta a tutto (il fine giustifica i mezzi...) per mantenere lo stato di potere, soprattutto disposta alla totale rinuncia di persone intelligenti nella sua cerchia, timorosa di criticità e di adombramenti della personalità. Chi è ammesso a far parte della 'casta dirigente', deve saper obbedire sempre al proprio signore.
C’è un braccio armato (anche le stragi sono utili alla politica del Principe), ci sono i volti impresentabili di Riina, Provenzano, Lo Piccolo, e poi c’è la borghesia mafiosa e presentabile che frequenta i salotti buoni e riesce a piazzare i suoi uomini in Parlamento. Ma il potere è lo stesso, la mano è la stessa.
Ma da dove si origina questa mentalità corrotta, “neofeudale” tutta italiana?
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Purtroppo siamo arrivati tardi all’appuntamento con la storia. Nel XIX secolo quando in Europa il feudalesimo era solo un relitto storico ampiamente superato dalle rivoluzioni borghesi che avevano mandato in frantumi il vecchio ordine e le sue strutture culturali, in buona parte dell’Italia il feudalesimo era ancora una realtà vivente. In Sicilia fu abolito ufficialmente solo nel 1812 ma rimase in vita sino alle soglie del XX secolo. Lo stesso può dirsi per gran parte del Meridione e per gli enormi possedimenti dello Stato Pontificio, uno dei peggio amministrati del XIX secolo. I viaggiatori europei restavano incantati dalle rovine romane e nello stesso tempo erano esterrefatti perché sembrava di essere proiettati dall’Europa civile in pieno Medioevo. In tutta questa parte d’Italia il rapporto padrone-suddito era la pietra angolare dei rapporti sociali. Tutta la ricchezza era concentrata in un ristretto numero di famiglie; al posto della cultura dei diritti esisteva quella dell’elemosina e del favore, uno statuto della cittadinanza era semplicemente inconcepibile. Società di sudditi, padrini e padroni con piccole borghesie e corporazioni artigiane al loro servizio. Questo tipo di società che dopo l’Unita di Italia avrà uno dei momenti di maggiore visibilità nazionale in Sicilia e sarà definita come mafiosa esisteva in realtà in larga parte del Paese come dimostra, per esempio, la splendida rappresentazione che ne ha lasciato Manzoni nei Promessi Sposi.
In che modo questa società premoderna regolava i conflitti?
La violenza e l’arbitrio erano uno strumento normale di risoluzione delle controversie all’interno del ristretto numero degli equipotenti – coloro che occupavano il vertice della piramide sociale – e una pratica di vita nei confronti degli impotenti che stavano nei gradini più bassi. L’abitudine all’obbedienza acritica al potente, il servilismo, l’identificazione dell’ordine esistente con quello naturale e divino e quindi la rassegnazione fatalistica erano la normalità. [….]
Restiamo ancora premoderni?
Questa dialettica tra un’Italia premoderna, che utilizza la violenza e la predazione come armi vincenti da mettere in campo nella competizione sociopolitica per le risorse, e un’Italia civile moderna, che tenta di sublimare la violenza materiale ritualizzandola e regolandola nell’agone politico, continua sino ai nostri giorni. Oggi mi pare che si assista a una generale regressione verso la premodernità di cui si possono cogliere tanti segnali.
Quali?
Per esempio l’istituzionalizzazione e la legalizzazione del conflitto di interesse – cioè dell’interesse privato in atti d’ufficio – in tutti i campi. Lo Stato moderno è sorto in Europa proprio a seguito della separazione dell’interesse economico personale del sovrano dall’interesse economico pubblico. La commistione tra interesse privato e pubblico è un relitto degli Stati premoderni di tipo feudale. Anche il progressivo affermarsi di una giustizia privilegiata per i potenti e di una normale per i cittadini senza potere è un sintomo di regressione. Nel mondo premoderno il foro comune era destinato solo agli ultimi e agli impotenti. Per coloro che invece appartenevano a vario titolo alla cerchia dei potenti esistevano i cosiddetti fori privilegiati: quello per gli aristocratici, quello per gli ecclesiastici, quello per i membri delle corporazioni più ricche eccetera. Giustizie domestiche e addomesticate dove si poteva essere giudicati dai propri pari, con quali esiti è facile immaginare. Un altro sintomo è l’occulto ritorno dell’etica dell’obbedienza. Uno degli snodi del passaggio dalla premodernità alla moderintà si è realizzato con il passaggio dalle società dell’obbedienza, quali erano la società feudale e quelle delle monarchie assolute, alla società delle moderne democrazie nelle quali vige invece il principio della responsabilità individuale. Nel primo tipo di società, l’etica è quella dell’obbedienza gerarchica. La responsabilità non è assente, ma è presente solo come responsabilità nei confronti del superiore, che è altra cosa dalla responsabilità per la conseguenza delle proprie azioni. La prima, come ha osservato il filosofo Umberto Galimberti, ri riferisce a chi dobbiamo rispondere e ci deresponsabilizza delle conseguenze delle nostre azioni in quanto esecuzione di volontà superiore insindacabile. La seconda invece ci responsabilizza perché ci fa carico delle conseguenze delle nostre azioni e, dunque, ci impone di non eseguire eventualmente volontà superiori illegittime che determinano ingiusti danni a terzi. […]
In politica come si manifesta questo dissidio fra responsabilità individuale e obbedienza gerarchica?
Nel mondo della politica il potere, come abbiamo accennato, è concentrato nelle mani di pochi oligarchi i quali, oltre a nominare i parlamentari, attribuiscono posti di comando in tutti gli snodi delle istituzioni secondo criteri di fedeltà. Obbedire senza fiatare garantisce la permanenza nel giro di quelli che contano, e brillanti carriere. La disobbedienza e la critica ti tagliano fuori. L’etica dell’obbedienza celebra i suoi fasti anche nel mondo della comunicazione. Quanto è avvenuto nella televisione di Stato è sotto gli occhi di tutti e non ha bisogno di commenti. Emblematico il caso di Enzo Biagi, un pezzo di storia del giornalismo italiano ridotto al silenzio e umiliato nell’inerzia della maggioranza dei suoi colleghi e delle stesse organizzazioni di categoria che non hanno proclamato neppure un giorno di sciopero.
E nel mondo dell’amministrazione della giustizia?
La recente riforma della magistratura varata dal centrodestra è stata mantenuta dal centrosinistra nel suo snodo cruciale: la riorganizzazione in senso gerarchico delle Procure della Repubblica, gli organi propulsivi di tutta l’amministrazione della giustizia, quelli che decidono a monte chi e cosa deve essere giudicato a valle dai giudici. Riportando indietro l’orologio della storia ai tempi della monarchia e del fascismo, tipiche società dell’obbedienza, e con buona pace di tutte le conquiste democratiche faticosamente realizzate dopo l’entrata in vigore della Costituzione, il potere è stato nuovamente concentrato nelle mani di pochissime persone: i procuratori della Repubblica e i procuratori generali. L’obbedienza ai superiori gerarchici può rendere la vita agevole per i sostituti procuratori, il dissenso può esporre invece al pericolo di sfibranti mobbing. E’ stato inoltre rivitalizzato uno strumentario che era stato già ampiamente sperimentato in epoca precostituzionale per orientare i magistrati non allineati: ispezioni ministeriali a raffica, richieste di trasferimenti urgenti per incompatibilità ambientale, avocazioni di procedimenti, provvedimenti disciplinari che entrano anche nella valutazione di merito delle decisioni sgradite.
E nel mondo del lavoro?
La diffusione di tante forme di precariato ha sortito l’effetto di realizzare un’occulta istituzionalizzazione del caporalato, che mette milioni di lavoratori nella mani dei loro datori di lavoro. Ancora una volta l’obbedienza docile e acritica diventa una garanzia e un criterio di selezione. Inoltre, per restare nel mondo del lavoro, pensiamo, a proposito di regressione civile, al revival trionfale della cultura delle corporazioni medievali che si autoriproducevano per cooptazione familistica e tribale. Il mondo universitario, avvocatesco, medico e via dicendo è un mondo di corporazioni protette affollato di interi clan parentali: figli, fratelli, nipoti, cugini, cognati che si spartiscono e tramandano cattedre e posti pubblici come si trattasse di beni di famiglia ereditari.

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giovedì 16 aprile 2009

Il terremoto ad Annozero

GUARDA LA PUNTATA

Sento il dovere morale e civile di dire la mia riguardo a tutta la bufera che si è scatenata intorno a Santoro e alla sua trasmissione e per questo ho deciso di mettere nel blog l’intera puntata di Annozero andata in onda il 9 aprile sul terremoto in Abruzzo. Io quella sera ho seguito interamente la trasmissione e gli interventi di ciascun ospite dentro e fuori studio, dal divano della mia casa nonostante la scossa di terremoto arrivata inesorabile alle 21.39 a farsi sentire persino nelle Marche, mi abbia terrorizzato per l’ennesima volta in questi giorni. Mi rendo conto però che a scuotermi di più è il torpore delle coscienze benpensanti del nostro paese, mi terrorizza ancor di più il distacco, la fragile e ambigua presa di posizione di certe figure che dicono di predicare alti valori, quando nella sostanza dei fatti non ci sono mai ad appoggiare l’operato e il pensiero di chi ha ancora il coraggio delle idee, come sempre dimostra di fare e avere Michele Santoro e tutta la sua redazione. Non ho avuto bisogno di rivedermi la puntata, perché ogni suo passaggio è ancora chiaro e nitido nella mia mente, giudicando il modo di esporre i fatti, quella sera, il migliore degli ultimi tempi. Per tale ragione non intendo affatto soffermarmi sui singoli spunti polemici venuti fuori in questi giorni, e d’altro canto ci pensano bene i nostri politici e tanta gente comune che “urla” infuriata sui blog alla disfatta vergognosa e impietosa che Santoro ha offerto del terremoto in Abruzzo. Banale dire che sono totalmente in dissenso con la polemica che si è creata. E per ragioni ben precise. In primo luogo perchè trovo che la visione che Santoro ha voluto offrire e indagare nella puntata della scorsa settimana, riveli grande profondità e induca a riflessioni serie su quanto poteva essere fatto prima, su cosa e come si poteva prevenire, pianificare e contenere una catastrofe con i suoi migliaia di sfollati. La provocazione di Santoro è stata una provocazione, a mio avviso, culturale, intellettuale, sapientemente politica e non ho mai percepito in tutta la trasmissione toni violenti e irrispettosi verso coloro che sono corsi in aiuto subito dopo l'accaduto in Abruzzo. Non era questo il punto di attenzione: non il dopo, ma il prima. Ancor di più mi offende, e mi fa sentire sempre più lontana dal comune sentire, il modo in cui alcuni noti politici “di sinistra” prendano le distanze da chi dovrebbero invece sostenere, appoggiare, di cui dovrebbero condividerne istanze e, perchè no, provocazioni. Amareggia confermare una volta di più che “Obbedire senza fiatare garantisce la permanenza nel giro di quelli che contano, e brillanti carriere. La disobbedienza e la critica ti tagliano fuori. L’etica dell’obbedienza celebra i suoi fasti anche nel mondo della comunicazione”. [Il Ritorno del Principe, Roberto Scarpinato - Saverio Lodato].
Tralascio i commenti di alcuni esponenti della maggioranza, vanno da soli, ma non posso sorvolare sulle parole del segretario del Pd Franceschini che dice "A me personalmente quella trasmissione non piace molto, ritengo ci siano troppe persone che pensano di avere la verita' in tasca sempre e comunque. Ma ritengo che anche le cose che non piacciono non debbano essere censurate dalla politica". Io personalmente ritengo che il suo incipit contenga il significato più profondo della sua posizione, mai compromettente. E ritengo, inoltre, che non prendere mai posizioni nette e decisive significhi non avere idee e, nelle peggiori delle ipotesi, coincida con l'allineamento perfetto al sistema berlusconiano, oggi tanto di moda in entrambi gli schieramenti, eccezion fatta per pochi. E dalla sinistra, francamente, ci si aspetterebbe ben altro coraggio e spessore. Almeno Arturo Parisi, col suo premabolo discutibile, ha avuto l'intelligenza di dire “il tono di Annozero è stato, come spesso, inutilmente gridato, e nell'occasione talvolta sgradevole. Ripetiamo pure il nostro sincero apprezzamento per la generosità e la efficienza dell'azione nell'emergenza dei Volontari, della Protezione Civile, e dello stesso Presidente del Consiglio. Resta tuttavia la pertinenza e il rilievo delle domande poste nel corso programma, domande che, attendono risposta nell'interesse di tutti. Non confondiamo il tono delle risposte con la pertinenza delle domande, e, comunque il diritto e il dovere della libertà di informazione". Per ciò che riguarda la decisione di sospendere Vauro dalla trasmissione, scaturita dai vertici Rai, concordo a pieno con L'Unità: Vauro “appare la vittima più facile, la vittima perfetta. Il ragionamento, al settimo piano di Viale Mazzini, è semplice: anche il Pd ha scaricato Santoro, si può procedere”. Questo è il modo dell'Italia dei potenti di dare segnali.
Concludo, con la tristezza nel cuore, riportando un pezzo di un romanzo, caso letterario del 2007 in Francia, dal titolo L'eleganza del riccio di Muriel Barbery, “il mio pensiero del giorno” che mi auguro diventi comune pensiero in difesa di un giornalista come Michele Santoro che con le sue puntate ci aiuta “a vedere al di là delle nostre certezze”:
Ecco quindi il mio pensiero del giorno: per la prima volta ho incontrato qualcuno che cerca le persone e che vede oltre. Può sembrare banale, eppure credo che sia profondo. Non vediamo mai al di là delle nostre certezze e, cosa ancora più grave, abbiamo rinunciato all'incontro, non facciamo che incontrare noi stessi in questi specchi perenni senza nemmeno riconoscerci. Se ci accorgessimo, se prendessimo coscienza del fatto che nell'altro guardiamo solo noi stessi, che siamo soli nel deserto, potremmo impazzire. Quando mia madre offre degli amaretti di Ladurée a madame de Broglie, non fa che raccontare a se stessa la storia della sua vita, sgranocchiando il proprio sapore; quando papà beve il caffè leggendo il giornale, si contempla in uno specchio tipo autosuggestione cosciente del metodo Coué; quando Colombe parla delle conferenze di Marian, blatera davanti al riflesso di se stessa, e quando le persone passano davanti alla portinaia, non vedono nulla perchè lì non si vedono riflesse. Io invece supllico il destino di darmi la possibilità di vedere al di là di me stessa e di incontrare qualcuno”.

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martedì 7 aprile 2009

Un marchigiano a Bologna


Il Preventivo di Sostenibilità di Coop Adriatica, ha chiuso a Bologna il 20 marzo 2009 con un incontro alle Scuderie Bentivoglio dal tema “Crisi economica e nuove vulnerabilità sociali: quali risposte?” All'appuntamento ha aperto i lavori Marco Gaiba, direttore Politiche sociali di Coop Adriatica, ed hanno preso parte Gilberto Coffari, presidente di Coop Adriatica, Matilde Callari Galli, docente di Antropologia culturale all’Università di Bologna, fra Alessandro Caspoli, direttore dell’Antoniano, e Massimo Baldini, docente di Scienza delle Finanze all’Università di Modena. Il dibattito è stato coordinato da Stefano Trasatti, direttore dell’agenzia di stampa Redattore Sociale, della Comunità di Capodarco. Bologna val bene una messa....
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Coop Adriatica si impegna in favore dei "nuovi poveri"
La centrale cooperativa cerca di rispondere al crescente bisogno di servizi da destinare alle fasce meno protette della popolazione. Lo farà nel corso di un incontro alle Scuderie Bentivoglio di Bologna, che chiude le assemblee sul Preventivo di sostenibilità 2009
BOLOGNA, 19 MAR. 2009 - Famiglie con un solo stipendio, donne sole con figli, anziani, precari: sono questi i “nuovi poveri”. Persone normali, che rischiano di scivolare in nuove forme di esclusione sociale. Se ne parlerà domani, venerdì 20 marzo, alle 17, alle Scuderie Bentivoglio” in Piazza Verdi 2 a Bologna, nell’incontro pubblico di chiusura delle assemblee sul Preventivo di sostenibilità 2009 di Coop Adriatica. All’appuntamento, dal titolo “Crisi economica e nuove vulnerabilità sociali: quali risposte?”, prenderanno parte Gilberto Coffari, presidente di Coop Adriatica, Matilde Callari Galli, docente di Antropologia culturale all’Università di Bologna, fra Alessandro Caspoli, direttore dell’Antoniano, e Massimo Baldini, docente di Scienza delle Finanze all’Università di Modena. Durante il dibattito – coordinato da Stefano Trasatti, direttore dell’agenzia di stampa Redattore sociale – si parlerà di come rispondere in maniera condivisa al crescente bisogno di servizi a favore delle fasce meno protette della popolazione, le cosiddette “nuove povertà”, e del generale clima di forte insicurezza legato alla crisi economica. “Abbiamo una grande responsabilità – afferma Marco Gaiba, direttore Politiche sociali di Coop Adriatica, che introdurrà i lavori – Le persone individuano in Coop un punto di riferimento importante, a cui rivolgere richieste e in cui riporre la propria fiducia in un momento di grande apprensione per il futuro. Lo dimostra, ad esempio, la massiccia presenza alle ultime assemblee: 11 mila persone, il 180% in più del 2008. Le nuove povertà sono un tema su cui riteniamo di dover fare la nostra parte”. A febbraio, il Preventivo di sostenibilità 2009 – il documento con cui Coop Adriatica definisce e rende pubblici i propri impegni economici, sociali e ambientali – è stato al centro di 39 incontri pubblici con i soci, i cittadini, i rappresentanti degli enti locali e delle associazioni nelle regioni in cui la Cooperativa opera: Emilia-Romagna, Veneto, Marche e Abruzzo.
Fonte: ViaEmilia.net http://www.viaemilianet.it/notizia.php?id=968
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INVITO

In occasione della presentazione del Preventivo di sostenibilità 2009
CoopAdriatica organizza l’incontro pubblico

“Crisi economica e nuove vulnerabilità sociali: quali risposte?”
Venerdì 20 Marzo 2009, ore 17
Scuderie “Bentivoglio” - Piazza Verdi 2, Bologna
ore 17,00 Apertura dei lavori:
Marco Gaiba, direttore Politiche sociali di Coop Adriatica
Intervengono:
Gilberto Coffari, presidente di Coop Adriatica
Matilde Callari Galli, Università di Bologna
FraAlessandro Caspoli, direttore dell’Antoniano di Bologna
Massimo Baldini, Università di Modena
Coordina Stefano Trasatti, direttore Redattore Sociale
ore 19,00 Chiusura dei lavori
Segreteria organizzativa: tel. 051 6041107 - 051 6041714
fonte: http://88.33.89.70/CalendarioAllegati/allegato_evento_18032009_134531.pdf

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mercoledì 1 aprile 2009

Cooperativa Capodarco - Comunità di Capodarco


Qualche anno fa, esattamente il 12 novembre 2006, la trasmissione Report trattò il tema del precariato nella sanità laziale e delle esternalizzazioni dei servizi, ovvero quella pratica di appaltare a una società esterna un pezzo di pubblica amministrazione; la trasmissione, in particolare, portò alla luce il caso della Cooperativa Capodarco e il servizio di ReCUP, call center regionale per le prenotazioni sanitarie, gestito dalla cooperativa. Seguirono smentite, attacchi sulla stampa e la netta presa di distacco della Comunità di Capodarco dalla Cooperativa Capodarco tirata in ballo.
Andiamo con ordine.
Sul sito della comunità di Capodarco apparve il 29 novembre un comunicato mirante a fugare qualsiasi dubbio su eventuali coinvolgimenti della comunità di Capodarco nei confronti di appalti dati dall'Assessorato alla Sanità del Lazio alla Cooperativa Capodarco. E questo in considerazione del fatto che all'epoca dei fatti assessore alla sanità del Lazio era proprio l'on. Augusto Battaglia, “leader storico della Comunità di Capodarco”, come ebbe a definirlo lo stesso don Vinicio Abanesi nel documento di smentita che si riporta integralmente. Onorevole che per una serie di motivi di varia natura, fu destituito dalla carica di Assessore alla Sanità per entrare, al posto di Enzo Foschi (Pd), nella Commissione lavoro, pari opportunità, politiche giovanili e politiche sociali della Regione Lazio. [Commissario ad acta per la Sanità è attualmente il Presidente della Regione, Piero Marrazzo].

"La Comunità Capodarco di Roma non è la Cooperativa Capodarco"
29/11/2006 - CAPODARCO DI FERMO – “C’è una totale distinzione tra la ‘Comunità Capodarco di Roma Onlus’ e la ‘Cooperativa Capodarco sociale’. Recenti servizi giornalistici hanno coinvolto il nome di Capodarco, nella gestione di servizi esternalizzati a Roma e nel Lazio. Ne è conseguita la sensazione del tutto infondata di un comune coinvolgimento delle due realtà”. Con queste parole don Vinicio Albanesi, presidente della Comunità di Capodarco prende le distanze dalle due vicende che in queste ultime settimane hanno visto al centro la “Cooperativa Capodarco”. La prima è stata sollevate dalla trasmissione di Rai Tre “Report” che nella puntata di domenica 12 novembre 2006 , dedicata ai servizi esternalizzati alle cooperative dell’ospedale Sant’Andrea di Roma, denunciava la condizione di precarietà dei lavoratori, quasi tutti assunti con contratti “atipici”: Il reportage coinvolgeva indirettamente la “Coop Capodarco”. La seconda vicenda, sollevata dal consigliere di maggioranza della Regione Lazio, Alessio D’Amato (gruppo Ambiente e Lavoro), riguarda, invece, l’appalto per la gestione di tutti i servizi del Recup, il Centro unico regionale per le prenotazioni. Secondo il consigliere, il bando sarebbe stato fatto “su misura” per favorire l’assegnazione del servizio alla “Cooperativa Capodarco”. Di questo argomento si sono occupati sia la Repubblica (articoli del 28/11/06 e del 29/11/06) che Il Giornale ( articolo del 29/11/06). “La Comunità Capodarco di Roma onlus non ha mai partecipato ad appalti di esternalizzazione di servizi, né ieri né oggi. – spiega don Vinicio Albanesi - E’ un’associazione non lucrativa, con sede a Via Lungo n. 3 con propri soci e con un proprio consiglio di amministrazione. Opera nell’ambito della formazione e della riabilitazione a Roma, dove è nata nel 1972 in seguito all’esperienza della Comunità di Capodarco, fondata a Fermo (AP) nel 1966 e oggi diffusa con 18 sedi in 10 regioni italiane”. Altra cosa invece è la Coop Caopodarco che “si è costituita con un proprio statuto, partendo dall’esperienza di Capodarco, nel 1975. Ha una base associativa propria, una propria sede e un proprio consiglio di amministrazione. Il suo intento principale, che persegue in autonomia, è quello dell’inserimento lavorativo dei disabili. Rispetta le regole dell’inserimento lavorativo di persone svantaggiate ed ha raggiunto ottimi risultati”. “Chi conosce e sa leggere il vasto e complesso mondo della sanità laziale- prosegue don Albanesi - non fa fatica a comprendere che il coinvolgimento della Comunità, della Cooperativa e dell’on. Augusto Battaglia, attuale assessore alla sanità del Lazio e leader storico della Comunità di Capodarco, come un insieme di enti e persone interessati all’esternalizzazione dei servizi presso la sanità laziale, non è così nobile e disinteressato come vorrebbe apparire”. Per don Albanesi questo intervento dovrebbe fugare la confusione generata dall’utilizzo da parte di più enti distinti del nome “Capodarco”, "a tutela della buona reputazione della Comunità di Roma ". “Purtroppo la parola Capodarco è una località delle Marche – conclude il presidente della Comunità - e non è possibile sottoporla a registrazione né a ‘copyright’”.
fonte: Comunità di Capodarco


E' sicuramente vero che Capodarco è il nome di una località delle Marche, e per questo motivo “non è possibile sottoporla a registrazione né a copyright”, come si legge nel comunicato, ma è altrettanto noto il variegato mondo dell'associazionismo e terzo settore che sta sotto il nome di Capodarco Comunità in Italia e nel mondo, con le sue associazioni e cooperative (si veda il post Le Comunità di Capodarco).
Altrettanto vero inoltre è che la Coop Capodarco “si è costituita con un proprio statuto, partendo dall’esperienza di Capodarco, nel 1975. Ha una base associativa propria, una propria sede e un proprio consiglio di amministrazione. Il suo intento principale, che persegue in autonomia, è quello dell’inserimento lavorativo dei disabili. Rispetta le regole dell’inserimento lavorativo di persone svantaggiate ed ha raggiunto ottimi risultati”. Unica puntualizzazione è che nel Consiglio di Amministrazione della Cooperativa Capodarco sin dalla sua costituzione e fino all'anno 2000, più o meno, risultava, come componente, un'altra leader storica della Comunità di Capodarco, cioè Maria Teresa Galli, comunemente chiamata Marisa Galli, attuale consigliera della Comunità di Capodarco di Roma. Sembra vero certamente che la Coop Capodarco sia partita dall'esperienza della Comunità Capodarco, ma sembra quasi che abbia voluto mantenere con quest'ultima forti legami, inserendo all'interno del proprio CdA personaggi chiave della Comunità.
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Nell'ambito dell'inchiesta avviata dalla magistratura sul bando di gara per la gestione del ReCUp, il call center regionale per le prenotazioni sanitarie ci furono cinque indagati per i quali i magistrati contestarono la “turbativa d'asta”. Per la procura, ci sarebbero state irregolarità nella predisposizione dell' asta per l' organizzazione del centralino, in particolare nell' individuazione dei requisiti dei partecipanti; gran parte del bando sarebbe stato estrapolato dallo schema consegnato dalla stessa Capodarco. I requisiti richiesti corrisponderebbero a quelli della cooperativa: società con sede a Roma, fatturato annuo di 30 milioni di euro, i disabili motori tra le categorie protette.
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Svolta nell' inchiesta sul call center regionale per le prenotazioni sanitarie
«Irregolare l' asta per il centralino» Recup, cinque indagati per il bando
Tra gli accusati, Silvio Natoli (direttore del servizio Tutela della salute alla Pisana) e Maurizio Marotta,responsabile della cooperativa Capodarco
Ci sono cinque indagati nell' ambito dell' inchiesta dei pm Giancarlo Capaldo, Giovanni Bombardieri e Maria Cristina Palaia, sul bando di gara per la gestione del Recup, il call center regionale per le prenotazioni sanitarie. A Silvio Natoli, direttore del servizio Tutela della salute e sistema sanitario regionale, Agostino Bruni, dirigente della sezione, Edoardo Narduzzi, presidente dimissionario della Lait (ex Laziomatica), al professionista della stessa azienda Alfredo Speranza e a Maurizio Marotta, direttore della cooperativa Capodarco (il bando venne chiuso con la sua sola offerta), i magistrati contestano la «turbativa d' asta». Per la procura, ci sarebbero state irregolarità nella predisposizione dell' asta per l' organizzazione del centralino, in particolare nell' individuazione dei requisiti dei partecipanti; gran parte del bando sarebbe stato estrapolato dallo schema consegnato dalla stessa Capodarco, che si occupa di riabilitazione e inserimento sociale di persone disabili. I requisiti richiesti corrisponderebbero a quelli della cooperativa: società con sede a Roma, fatturato annuo di 30 milioni di euro, i disabili motori tra le categorie protette. I pm hanno proceduto all' iscrizione dopo aver sentito diverse persone informate sui fatti: ritengono che Natoli, tramite Bruni, abbia dato indicazioni sulla redazione del bando (anche se l' ultimo non porta il suo visto). A suo dire, sarebbe stata una attività autonoma, che non chiamerebbe in causa l' assessore. Quanto all' ingegner Speranza, sarebbe stato incaricato della compilazione sulle tracce dategli da Marotta. Il bando da oltre 53 milioni di euro indetto dalla Regione e affidato alla Lait, venne revocato lo scorso dicembre, all' unanimità, dal consiglio di amministrazione della ex Laziomatica. Il 13 febbraio a piazzale Clodio era stato ascoltato, come persona informata sui fatti, l' assessore regionale alla Sanità Augusto Battaglia, il quale aveva spiegato di avere avuto a che fare con la Comunità Capodarco ma di non aver avuto ruoli nella Cooperativa Capodarco. Le due realtà - secondo Battaglia - sono ben distinte, senza cioè che una possa condizionare l' attività dell' altra.
Fonte: Corriere della Sera 07 marzo 2007
http://archiviostorico.corriere.it/2007/marzo/17/Irregolare_asta_per_centralino_Recup_co_10_070317022.shtml
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Chi gestisce oggi il servizio ReCUP? Dal 1 aprile la gestione del servizio di sportello CUP Capodarco passa agli operatori interni dell'azienda San Camillo Forlanini di Roma. Questo è quanto si legge in un articolo dell'Agenzia Redattore Sociale, agenzia di stampa della Comunità di Capodarco, apparso il 31 marzo 2009.
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DISABILITA' - Roma, servizio prenotazione: scade l'intesa fra coop Capodarco e Forlanini
ROMA – Scade oggi 31 marzo il contratto di lavoro per la gestione del servizio di sportello Cup tra l’azienda San Camillo Forlanini ed il consorzio sociale Coin, di cui fa parte la Cooperativa Capodarco. Dopo 11 anni di ininterrotta attività, oggi è l’ultimo giorno di lavoro dei 43 soci-lavoratori che hanno costituito la spina dorsale di questo servizio, ottimizzandone le prestazioni e favorendo nel 2004 il passaggio nel sistema regionale di prenotazione specialistica sanitaria della Regione Lazio, il Recup. Tra loro 15 persone con disabilità. La gestione dal 1 aprile passa agli operatori interni dell’azienda San Camillo recuperati tra i circa 400 esuberi già in precedenza adibiti a funzioni sanitarie e ora non più idonei. “Per il San Camillo – si legge in una nota diramata congiuntamente dalla cooperativa integrata Capodarco e dal consorzio sociale Coin - riteniamo non si tratti però di un buon affare né di un vero risparmio. Rinunciare infatti alle capacità ed alle professionalità accumulate dal gruppo di tecnici Capodarco-Coin, in tanti anni di lavoro nei servizi di prenotazione, potrà causare diversi disservizi”. L’accusa si rivolge direttamente alla regione Lazio. “Tanta era l’ansia di risparmio – continua il comunicato - che poco importa se ciò potrà provocare disagi alla popolazione e se a pagare sono dei lavoratori considerati evidentemente di serie B. Al di là delle dichiarazioni di circostanza, non ci si preoccupa dei destini di questi lavoratori di cui fan parte 15 persone disabili”. Questi ultimi, reintegrati nella cooperativa, continuano ad avere un posto di lavoro. (eb)
fonte: Redattore Sociale "Mille Battute"


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