lunedì 27 aprile 2009

Il Ritorno del Principe: Neofeudalesimo Italiano


Riporto un pezzo dell'intervista tra Saverio Lodato, giornalista scrittore, e Roberto Scarpinato, procuratore aggiunto della Procura antimafia di Palermo, che nel loro ultimo libro “Il Ritorno del Principe” (ChiareLettere) analizzano in maniera lucida e concreta il susseguirsi, mai arginato né allentato, di fatti, mentalità, metodologie mafiose all'interno delle istituzioni, della politica, delle classi dirigenti. Una analisi storica, storiografica, che tratteggia nelle sue linee essenziali i mutamenti storici ancorchè politici del nostro Paese, ormai irrimediabilmente viziato e deformato dalle cattive abitudini di comando e controllo, totalmente al servizio dei potenti. Una focalizzazione spietata sulla classe dirigente, isolata e autoreferenziale, disposta a tutto (il fine giustifica i mezzi...) per mantenere lo stato di potere, soprattutto disposta alla totale rinuncia di persone intelligenti nella sua cerchia, timorosa di criticità e di adombramenti della personalità. Chi è ammesso a far parte della 'casta dirigente', deve saper obbedire sempre al proprio signore.
C’è un braccio armato (anche le stragi sono utili alla politica del Principe), ci sono i volti impresentabili di Riina, Provenzano, Lo Piccolo, e poi c’è la borghesia mafiosa e presentabile che frequenta i salotti buoni e riesce a piazzare i suoi uomini in Parlamento. Ma il potere è lo stesso, la mano è la stessa.
Ma da dove si origina questa mentalità corrotta, “neofeudale” tutta italiana?
..
Purtroppo siamo arrivati tardi all’appuntamento con la storia. Nel XIX secolo quando in Europa il feudalesimo era solo un relitto storico ampiamente superato dalle rivoluzioni borghesi che avevano mandato in frantumi il vecchio ordine e le sue strutture culturali, in buona parte dell’Italia il feudalesimo era ancora una realtà vivente. In Sicilia fu abolito ufficialmente solo nel 1812 ma rimase in vita sino alle soglie del XX secolo. Lo stesso può dirsi per gran parte del Meridione e per gli enormi possedimenti dello Stato Pontificio, uno dei peggio amministrati del XIX secolo. I viaggiatori europei restavano incantati dalle rovine romane e nello stesso tempo erano esterrefatti perché sembrava di essere proiettati dall’Europa civile in pieno Medioevo. In tutta questa parte d’Italia il rapporto padrone-suddito era la pietra angolare dei rapporti sociali. Tutta la ricchezza era concentrata in un ristretto numero di famiglie; al posto della cultura dei diritti esisteva quella dell’elemosina e del favore, uno statuto della cittadinanza era semplicemente inconcepibile. Società di sudditi, padrini e padroni con piccole borghesie e corporazioni artigiane al loro servizio. Questo tipo di società che dopo l’Unita di Italia avrà uno dei momenti di maggiore visibilità nazionale in Sicilia e sarà definita come mafiosa esisteva in realtà in larga parte del Paese come dimostra, per esempio, la splendida rappresentazione che ne ha lasciato Manzoni nei Promessi Sposi.
In che modo questa società premoderna regolava i conflitti?
La violenza e l’arbitrio erano uno strumento normale di risoluzione delle controversie all’interno del ristretto numero degli equipotenti – coloro che occupavano il vertice della piramide sociale – e una pratica di vita nei confronti degli impotenti che stavano nei gradini più bassi. L’abitudine all’obbedienza acritica al potente, il servilismo, l’identificazione dell’ordine esistente con quello naturale e divino e quindi la rassegnazione fatalistica erano la normalità. [….]
Restiamo ancora premoderni?
Questa dialettica tra un’Italia premoderna, che utilizza la violenza e la predazione come armi vincenti da mettere in campo nella competizione sociopolitica per le risorse, e un’Italia civile moderna, che tenta di sublimare la violenza materiale ritualizzandola e regolandola nell’agone politico, continua sino ai nostri giorni. Oggi mi pare che si assista a una generale regressione verso la premodernità di cui si possono cogliere tanti segnali.
Quali?
Per esempio l’istituzionalizzazione e la legalizzazione del conflitto di interesse – cioè dell’interesse privato in atti d’ufficio – in tutti i campi. Lo Stato moderno è sorto in Europa proprio a seguito della separazione dell’interesse economico personale del sovrano dall’interesse economico pubblico. La commistione tra interesse privato e pubblico è un relitto degli Stati premoderni di tipo feudale. Anche il progressivo affermarsi di una giustizia privilegiata per i potenti e di una normale per i cittadini senza potere è un sintomo di regressione. Nel mondo premoderno il foro comune era destinato solo agli ultimi e agli impotenti. Per coloro che invece appartenevano a vario titolo alla cerchia dei potenti esistevano i cosiddetti fori privilegiati: quello per gli aristocratici, quello per gli ecclesiastici, quello per i membri delle corporazioni più ricche eccetera. Giustizie domestiche e addomesticate dove si poteva essere giudicati dai propri pari, con quali esiti è facile immaginare. Un altro sintomo è l’occulto ritorno dell’etica dell’obbedienza. Uno degli snodi del passaggio dalla premodernità alla moderintà si è realizzato con il passaggio dalle società dell’obbedienza, quali erano la società feudale e quelle delle monarchie assolute, alla società delle moderne democrazie nelle quali vige invece il principio della responsabilità individuale. Nel primo tipo di società, l’etica è quella dell’obbedienza gerarchica. La responsabilità non è assente, ma è presente solo come responsabilità nei confronti del superiore, che è altra cosa dalla responsabilità per la conseguenza delle proprie azioni. La prima, come ha osservato il filosofo Umberto Galimberti, ri riferisce a chi dobbiamo rispondere e ci deresponsabilizza delle conseguenze delle nostre azioni in quanto esecuzione di volontà superiore insindacabile. La seconda invece ci responsabilizza perché ci fa carico delle conseguenze delle nostre azioni e, dunque, ci impone di non eseguire eventualmente volontà superiori illegittime che determinano ingiusti danni a terzi. […]
In politica come si manifesta questo dissidio fra responsabilità individuale e obbedienza gerarchica?
Nel mondo della politica il potere, come abbiamo accennato, è concentrato nelle mani di pochi oligarchi i quali, oltre a nominare i parlamentari, attribuiscono posti di comando in tutti gli snodi delle istituzioni secondo criteri di fedeltà. Obbedire senza fiatare garantisce la permanenza nel giro di quelli che contano, e brillanti carriere. La disobbedienza e la critica ti tagliano fuori. L’etica dell’obbedienza celebra i suoi fasti anche nel mondo della comunicazione. Quanto è avvenuto nella televisione di Stato è sotto gli occhi di tutti e non ha bisogno di commenti. Emblematico il caso di Enzo Biagi, un pezzo di storia del giornalismo italiano ridotto al silenzio e umiliato nell’inerzia della maggioranza dei suoi colleghi e delle stesse organizzazioni di categoria che non hanno proclamato neppure un giorno di sciopero.
E nel mondo dell’amministrazione della giustizia?
La recente riforma della magistratura varata dal centrodestra è stata mantenuta dal centrosinistra nel suo snodo cruciale: la riorganizzazione in senso gerarchico delle Procure della Repubblica, gli organi propulsivi di tutta l’amministrazione della giustizia, quelli che decidono a monte chi e cosa deve essere giudicato a valle dai giudici. Riportando indietro l’orologio della storia ai tempi della monarchia e del fascismo, tipiche società dell’obbedienza, e con buona pace di tutte le conquiste democratiche faticosamente realizzate dopo l’entrata in vigore della Costituzione, il potere è stato nuovamente concentrato nelle mani di pochissime persone: i procuratori della Repubblica e i procuratori generali. L’obbedienza ai superiori gerarchici può rendere la vita agevole per i sostituti procuratori, il dissenso può esporre invece al pericolo di sfibranti mobbing. E’ stato inoltre rivitalizzato uno strumentario che era stato già ampiamente sperimentato in epoca precostituzionale per orientare i magistrati non allineati: ispezioni ministeriali a raffica, richieste di trasferimenti urgenti per incompatibilità ambientale, avocazioni di procedimenti, provvedimenti disciplinari che entrano anche nella valutazione di merito delle decisioni sgradite.
E nel mondo del lavoro?
La diffusione di tante forme di precariato ha sortito l’effetto di realizzare un’occulta istituzionalizzazione del caporalato, che mette milioni di lavoratori nella mani dei loro datori di lavoro. Ancora una volta l’obbedienza docile e acritica diventa una garanzia e un criterio di selezione. Inoltre, per restare nel mondo del lavoro, pensiamo, a proposito di regressione civile, al revival trionfale della cultura delle corporazioni medievali che si autoriproducevano per cooptazione familistica e tribale. Il mondo universitario, avvocatesco, medico e via dicendo è un mondo di corporazioni protette affollato di interi clan parentali: figli, fratelli, nipoti, cugini, cognati che si spartiscono e tramandano cattedre e posti pubblici come si trattasse di beni di famiglia ereditari.

0 commenti: